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PostVerità

La fotografia nell’era dell’incertezza

di Marco Pinna
Direttore Artistico Fotografia UWF

Anche quest’anno, il filo conduttore per le mostre di Umbria World Fest è un tema di grande attualità. Il termine post-truth è stato dichiarato “parola dell’anno” del 2016 dall’Oxfrord Dictionary, ed è innegabile che oggi tutti noi riscontriamo grandi difficoltà nel distinguere tra realtà e finzione nei giornali, sui social media, e naturalmente nelle fotografie.

Nell’epoca della post-verità i fatti, pur essendo facilmente verificabili, sono diventati meno influenti nel formare l’opinione pubblica rispetto alle opinioni personali. Con il boom incontrollabile dell’informazione in internet e, ciliegina sulla torta, l’avvento di Donald Trump e delle sue “verità alternative” alla presidenza USA, i fatti hanno cominciato a perdere del tutto il loro senso. E non è difficile prefigurare un prossimo futuro in cui i fatti non conteranno davvero più, in cui sarà sempre più difficile riconoscerli in quanto tali. 

La verità si sta perdendo nella rete, e stanarla non è affar semplice.

Che ruolo può avere la fotografia in un’epoca in cui non possiamo più fidarci degli organi ufficiali di governi democratici o delle grandi testate giornalistiche che eravamo abituati a considerare baluardi di affidabilità? In cui la rete è un calderone di fake news, e nessuna autorità è in grado di garantire la veridicità dell’informazione? Possiamo continuare a fidarci delle foto che vediamo sui giornali o su internet? 

Fin dai suoi albori, la fotografia è considerata una rappresentazione fedele della realtà. Eppure già dalla seconda metà dell’Ottocento le foto venivano manipolate per cancellare personaggi o far comparire oggetti inesistenti.
 
Con gli anni abbiamo imparato che la fotografia non è uno strumento in grado di riportare i fatti in maniera fedele ed esaustiva in quanto cattura solo un piccolo rettangolo, relegato a una frazione di secondo, di ciò che realmente accade. 

Abbiamo quindi stabilito che una foto può mentire pur riportando la verità, semplicemente perché omette il prima e il dopo, e tutto ciò che sta attorno all’inquadratura, decontestualizzando il soggetto scelto da ciò che realmente accade.

Negli anni Settanta del secolo scorso anche il mondo dell’arte cominciò a diffidare apertamente della fotografia documentaria come mezzo per raccontare la realtà dei fatti; la documentazione fotografica venne definita “un sistema descrittivo inadeguato”, e molti cominciarono a sostenere che l’artificio artistico potesse essere messo al servizio della narrazione del reale in maniera più efficace. 

Oggi gli scandali nel mondo del fotogiornalismo e i dubbi legati alla fotografia di documentazione sono all’ordine del giorno: fotografie manipolate ad arte, personaggi o oggetti incollati nelle foto o cancellati con l’uso di software, ma anche didascalie fuorvianti, messe in scena fatte passare per fedeli documentazioni, decontestualizzazioni, strumentalizzazioni politiche, per non parlare delle stereotipizzazioni, dei clichè, che mostrano un solo aspetto della realtà dei fatti, quel frammento di verità che il fotografo, l’editor del giornale, il pubblicitario, l’ufficio stampa o il partito politico decide di mostrare per motivazioni politiche, morali o semplicemente di convenienza. 

Tutto ciò ha compromesso ulteriormente la credibilità della fotografia documentaria. Eppure, per qualche motivo, delle foto continuiamo a fidarci. Di fatto, la fotografia può ancora essere usata per smascherare bugie e svelare realtà sconosciute, e viene tuttora ritenuta valida come prova nei tribunali di tutto il mondo. 

Forse perché se usata in maniera etica, corretta, onesta, controllata, la foto può ancora raccontare la verità. E lo può fare in molti modi. Anche - come vedremo nelle mostre di quest’anno - mentendo. 

Sono molte ormai le forme di narrativa fotografica contemporanea che, pur documentando la realtà, non pretendono di seguire i canoni e le regole etiche e deontologiche del fotogiornalismo. E a volte, se praticate in maniera onesta, queste forme di narrativa possono raccontare la realtà, trasmettendo l’essenza dei fatti e delle situazioni, con maggiore efficacia rispetto al fotogiornalismo tradizionale.

È il caso di Max Pinkers, che con il suo lavoro Lotus sui transessuali in Thailandia ci dimostra come la messa in scena, tradizionalmente considerata tabù nel mondo del fotogiornalismo, possa trasformarsi in documentazione veritiera e affidabile di un fenomeno di attualità.

Ancora più in là si spinge l’artista spagnola Cristina de Middel, il cui Jan Mayen gioca con immagini d’epoca e ricostruzioni moderne per raccontare un falso storico del 1911 in cui una spedizione esplorativa documentò la “scoperta” di un’isola artica senza averla mai visitata.

Altrettanto ambigua, per quanto molto diversa nell’approccio, è la documentazione di J. Henry Fair sui disastri ambientali causati dall’industria. Industrial Scars è una serie di immagini aeree di eventi drammatici e devastanti che a prima vista suscitano meraviglia ed evocano bellezza, dimostrando che anche la documentazione fedele di un fenomeno può essere ingannevole.

Limpide e puramente fattuali sono invece le immagini raccolte dalla NASA per dimostrare il ritiro dei ghiacciai negli anni e, di conseguenza, il graduale riscaldamento del nostro pianeta. Un caso in cui la fotografia diventa prova materiale e inequivocabile di un fenomeno ormai innegabile per la scienza.

Lo stesso vale per le strazianti immagini di Daniel Berehulak, un fotogiornalista “vecchia scuola” che ci svela in maniera esplicita la violenza perpetrata dalle forze dell’ordine e dalle milizie del presidente Duterte nelle Filippine, dimostrando l’efficacia della documentazione etica e responsabile nel raccontare storie contemporanee e denunciare ingiustizie e abusi di potere.

Di tutt’altro stampo sono invece le immagini di Diego Moreno, giovane artista messicano che ci porta, letteralmente, nel mondo degli spiriti con fotografie costruite di sana pianta che catapultano in una tradizione antica e, soprattutto, ci aprono una finestra sul complesso immaginario e l’articolato subconscio collettivo del Messico contemporaneo.

E infine, una piccola chicca regalata dal settimanale L’Espresso, nei cui archivi sono stati scovati dei “falsi” di un’epoca neanche tanto distante; fotografie ritoccate ad arte con forbice, colla e scotch, soprattutto per motivi pratici di impaginazione. 

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